Apr 27

LO SPAZIO E LA LUCE | Articolo pubblicato sulla rivista FOTOGRAFARE di maggio 2017

 

Le opere fotografate su commissione sono di ISHIMOTO ARCHITECTURAL Francesco Scardaccione, Raffaele Cutillo, Massimiliano Campi, Carmelo Baglivo Luca Galofaro (IaN+), Giuseppe Cappuccio.

La fotografia affianca, disvela e supera.
Spesso ho chiesto a Mario Ferrara di dialogare, insieme, di architettura ma senza parole né racconto. Ci muoviamo liberamente intorno all’edificio in un silenzio già privo di anticipazioni, giustificazioni o punti di vista soggettivi. Lui ansima, aspira/respira un filo di vento, si ferma fingendo sapiente distrazione e osserva cielo, nuvole, ombre, progressioni solari o l’artificio della luce notturna. Sciamano del vedere. Mi allontano lasciandolo nella levitazione interiore in attesa che rivesta di nuovo senso quell’opera che, illusoriamente, avevo creduto ormai completata. Nel tempo dello scatto, e del mio infantile curiosare continuo sul display della macchina, si disvela gradualmente una architettura diversa, inaspettata. Reazioni volumetriche, contrasti, componenti secondarie solo in apparenza, variazioni cromatiche, disarmonie o equilibri, disegni di riflessi superficiali, oscura profondità, accostamenti, relazioni al contorno, appiombi, simbiosi paesaggistica o vita vissuta di sagome vitali.
Le suggestioni che ne derivano sospingono ogni volta verso soluzioni ulteriori, e purtroppo mancate, da applicare ancora lì, su quella stessa costruzione, o alla speculazione teorica circa la bellezza dell’errore e alla esasperante, impossibile perfezione. Il tormento assale per non aver indagato a fondo tutto quello che ora, di incanto, emerge dal suo sguardo con spudoratezza, senza filtri del nascondimento. Sugli sfondi resta la casualità di un lampione, il vezzo botanico di una essenza tropicale, l’intimità di un tendaggio, l’angoscia della metropoli, un alberello sparuto, lo sgomento abissale del mare, la metamorfosi cangiante del vetro policromo. Il fotografo (lui) avanza, affonda nel corpo della materia sezionandone la carne viva e il progettista, ormai orfano manipolatore, prende infine coscienza razionale della perdita ineluttabile, l’averla ceduta irrimediabilmente al mondo e al giudizio degli uomini, al successo o al fallimento.
E la fotografia, come la parola anticipatrice della scrittura, apre nuovi spazi all’indagine lasciando affiorare entità prima solo defilate, forme occultate, sovrapposizioni e verità. E’ la trasfigurazione della stessa immaginazione desumibile dalla lettura di Marcel Proust, fotografo psicoanalista dell’anima. Spesso, e non a caso, e’ l’oscuro della notte a dominare, patina necessaria per la visionarietà ancorata alla rottura del limite. Attraverso la dimensione spaziale onirica del buio ci avvicina inevitabilmente ad un ulteriore confine e ad un altro ancora. Ci condanna ad una esistenza sequenziale di ombre e luci, impotenti nel ritmo incontrollabile di attraversamenti e barriere.
Qui, intanto, non prevale mai la singola immagine in sé (riduttiva presunzione artistico/pittorica della unicità) ma la molteplice complessità fotografica della ricerca. La scena è sempre la città, pur se mancante nella evidenza specifica, con la sua solitudine, declinata ed espressa secondo i principi della contraddizione.
Mario Ferrara, attore protagonista attraverso la stabile fissità del cavalletto o con la veloce immediatezza della esperienza, riversa sull’obbiettivo un pensiero già consolidato a priori, desunto dalla sensibilità, dalla tecnica e dallo studio. La sequenza ritmica dei frames, frammenti di luogo che con esattezza restituiscono allo spettatore la sintetica struttura teatrale della contemporaneità, diventano utilità per il progetto urbano.
Della città (e delle sue architetture) lascia emergere le parti defilate, il retro celato, le sospensioni, le attese spaziali interrotte, l’abbandono, la precarietà, la debolezza materica ma, soprattutto, ne coglie viste inconsuete riprese nei punti attraversati dalla quotidianità rendendo riconoscibile, e possibile, la rigenerazione nei luoghi della indifferenza. Sì, proprio nella desolazione muta dove inquadra rigidamente brani di natura contrapponendola alla costruzione, senza mediazioni, con determinazione priva di quei margini utili alla effimera banalità o a tecnicismi sontuosamente accattivanti.
Mario Ferrara ha un destino segnato, di civica responsabilità democratica. Operando un ribaltamento concettuale, e senza alcuna differenza di messaggio collettivo, è al pari di chi concentra la propria attività sul dolore, le nefandezze della guerra, l’effimero della moda o lo scavo nella spiritualità. E’ sismografo della follia antropizzata, quella stessa che può donare ancora bellezza, sul piatto dello sguardo, a chiunque sappia trasformarla.
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