PAESAGGI IN GABBIA alla aA29

con un testo di ANIELLO BARONE

“Conosco il lavoro di Mario Ferrara da tanto tempo. Architetto e professore di fotografia, ha sempre privilegiato il dispositivo fotografico per esprimere il suo modo di raccontare il mondo, in particolare le città, le metropoli.

I suoi studi universitari sono stati l’inizio per un lungo percorso di ricerca che continua tuttora e che lo hanno portato a viaggiare e conoscere “realtà”, luoghi, altri.

Quando mi ha chiesto di scrivere un breve testo, per la sua mostra presso la galleria aA29 di Caserta, al suo lavoro, pensavo di trovarmi davanti a immagini che nel tempo Mario mi aveva abituato a vedere, che già conoscevo. Una visione ossessiva verso un “genere” di fotografia, appunto quello dell’architettura, che tende a privilegiare ampi spazi, il vuoto assordante delle metropoli fino a diventare una sorta di archivio, una catalogazione di edifici.

Invece, con mia sorpresa, mi trovo a guardare un lavoro diverso dal suo modo usuale del fare. Una ricerca fotografica che utilizza un impianto linguistico diverso dal solito. Pur parlando sempre di architettura, città, metropoli, cambiano il rapporto, la distanza col soggetto fotografato. Uno spostamento minimo ma determinante che rimette in discussione tutta la sua ricerca e apre a nuove possibilità future, visive, del suo lavoro.

La “zona di sicurezza”, cioè l’area prescelta dall’autore per le sue fotografie, viene messa in discussione. Diventa precaria la visione di colui che di lì a poco si appresta a parlare e a definire la “realtà”. La consapevolezza, la presa di coscienza, segnano a mio avviso la maturità artistica dell’autore, liberatosi del peso di una costruzione visiva precostituita. La “realtà” può apparire diversa perché dipende da come viene fotografata e con essa il mondo è così perché così mi “appare”: l’inconscio.

Le fotografie sono state realizzate nel 2016 nello zoo di Berlino, settore “Monkey House”. Sono paesaggi “(…) creati con l’intento di riprodurre una sorta di habitat per gli ospiti. È un’operazione che ho visto come una grande presa in giro per gli animali”, spiega l’autore.

Parlare oggi degli zoo, di questi spazi anonimi, è una grande sfida perché la storia è lunga e complessa. La consuetudine reiterata dell’Occidente ad esporre l’esotico ha radici lontane. Ne sono testimonianza, per esempio, le grandi Esposizioni Universali il cui fine era, da una parte, mostrare, lo sviluppo dei vari Paesi in diversi settori: industriale, commerciale, artistico, ma anche l’occasione, attraverso il colonialismo da parte delle culture civilizzate, per far conoscere la “complessità” del mondo animale, vegetale e umano. Esposizione di trofei, direi, un misto tra eduzione, formazione, didattica e sopraffazione, violenza, sui più deboli.

Le “finestre” che Ferrara ci mostra appartengono, più che ad una “House”, a un condominio di quelli affollati, maleodoranti, luoghi di devianza e di emarginazione. Aree dove vengono “accostati” animali di varia provenienza del mondo con caratteristiche diverse solo per il piacere di una visione ridotta, sintetica, che non è più neanche educativa, di formazione per i più piccoli ma solo meramente mercantilistica, decorativa. Laboratori che hanno dimostrato a tutti i limiti ma, nonostante ciò, tuttora insistiamo ancora nel tenerli, anzi, ne creiamo di nuovi. Una sperimentazione da cui l’uomo, ovviamente, non è escluso.

Nei lavori di Ferrara è fondamentale la ripresa: rigosa e frontale. Questo deriva, come afferma l’autore stesso, dalla forte influenza di artisti che ama da sempre come i coniugi Bernd e Hilla Becker, ma anche l’esperienza dalla scuola di Dusseldorf e dalla New Topographics senza trascurare la scuola di paesaggio italiana che vede come massimi rappresentati Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e Guido Guidi, solo per citarne alcuni.

Rimango sempre affascinato quando mi confronto con autori che si mettono costantemente in discussione, abbandonando una facile e addomesticata “sicurezza” visiva e correndo il rischio di sbagliare, condizione ideale, humus, di coloro che hanno a cuore la ricerca di nuovi linguaggi, nuove esperienze. Mario Ferrara è uno di questi.”

Paesaggi in gabbia/Caged landscapes

Caserta, inaugurata presso aA29 Project Room Paesaggi in gabbia/Caged landscape del fotografo Mario Ferrara

©marioferrara

©marioferrara

©marioferrara

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